QUATTRO STORIE PER CAPIRE LA SHOAH

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“Quando ho iniziato a parlare ai bambini della Shoah, dopo l’istituzione del Giorno della Memoria negli anni Duemila, non c’erano tanti libri per ragazzi dedicati a questo argomento, oggi è diverso”. Lucia Tringali parla a una platea di tredicenni attenti, che per un’ora non occorrerà richiamare mai al silenzio: a indurre rispetto è senza dubbio l’argomento ma anche il talento da Sherazade di Lucia, che della narrazione ha fatto da oltre vent’anni il suo mestiere. Scrittrice vincitrice del Premio Andersen Baia delle Favole, pedagogista, esperta di letteratura per ragazzi, ha voluto partire proprio da quattro storie scritte per i più giovani per parlare dell’Olocausto agli alunni delle terze della nostra scuola. Filo conduttore la resilienza, cioè la capacità di andare avanti anche dopo un evento traumatico, dando comunque un senso alla propria esistenza. “Il mio personaggio guida quando parlo della Shoah è il dottor Korzack – ha spiegato Lucia – Uno dei più grandi pedagogisti del ‘900, con idee sull’educazione assolutamente all’avanguardia: pensate che negli anni ’40, quando era considerato normale picchiare per educare, lui sosteneva che bambini e ragazzi erano persone che dovevano essere trattate con lo stesso rispetto degli adulti”. Korzack usava i guadagni della sua attività di medico per sostenere la Casa dei Bambini, un orfanatrofio organizzato in completa autogestione con i suoi piccoli ospiti, dai 4 ai 14 anni. Una specie di repubblica dei bambini, con la sua bandiera, una sua trasmissione radio e persino un tribunale davanti al quale anche il dottore si trovò ad andare per aver sgridato troppo severamente. Ne L’ultimo viaggio di Irène Cohen-Janca  si racconta come dopo le leggi razziali il dottor Korzack fu obbligato dai nazisti a trasferire la Casa dei Bambini nel ghetto di Varsavia, trovandosi a dover mantenere più di cento orfani, senza soldi, senza farmaci e in mezzo a incredibili difficoltà. Quando venne a sapere che il ghetto sarebbe stato evacuato e i suoi bambini deportati cominciò a prepararli facendo loro rappresentare una pièce teatrale in cui si parlava di un bambino che stava morendo. Lui voleva che i suoi bambini se ne andassero con dignità – racconta Lucia – e loro, come si vede dalle foto d’epoca, uscirono dal ghetto tranquilli e in ordine, con la bandiera della Casa dei Bambini, cantando il loro inno. Lui, che avrebbe avuto la possibilità di salvarsi, li accompagnò fino alla fine. “C’è un po’ del dottor Korzack anche nei nostri giorni – spiega Lucia – perché lui è stato il primo ad avere l’idea di una Dichiarazione dei diritti dei bambini e a scriverne la bozza. Il diritto allo studio o alle cure sono tutte cose che ci arrivano da lui”. Il secondo libro raccontato è Storia di Erika di Ruth Van der Zee, magnificamente illustrata da Roberto Innocenti, graphic novel ispirata alla storia vera di una ragazza che, ormai adulta, scopre di essere stata lanciata da un treno di deportati su un prato, perché si potesse salvare dallo sterminio. “Erica si chiede quali siano potute essere le ultime parole, gli ultimi pensieri dei suoi genitori prima di quel gesto. Potrebbe essere un peso inimmaginabile da portarsi dietro, ma lei trova uno spiraglio di umanità pensando a quella madre che nel suo viaggio verso la morte l’ha scaraventata dentro la vita e alla generosità di chi l’ha raccolta in fasce dai binari, l’ha allevata ed amata”. Il terzo libro è La città che sussurrò di Jennifer Elvgren, in cui si racconta di una famiglia danese che nasconde due persone in cantina, in attesa di un imbarco verso la Svezia che per loro rappresenta la salvezza. Anett, la piccola di casa, racconta della notte in cui i due clandestini vanno verso il porto: è nuvolosa e senza la luna, impossibile trovare la strada, ma gli abitanti della città sussurrando nel buio li guida verso il porto. “Qui qualcuno si è svegliato, ha preso una posizione, opposta a chi gli ebrei li denunciava per soldi – spiega Lucia – Un’altra cosa che insegnano queste storie è che abbiamo sempre la possibilità di fare una scelta”. L’ultimo libro è Solo una parola di Matteo Corradini, un racconto dalla grande forza simbolica in cui si immagina come dall’oggi al domani le persone che portano gli occhiali diventino nemici. La radio, i giornali e il capo dello stato cominciano a dire che gli occhialuti sono responsabili dello sterminio dei daini con cui si fanno le pezzuole per pulire gli occhiali. “Parola per parola, assurdità per assurdità l’autore ci fa ripercorrere gli effetti delle leggi razziali – conclude Lucia – Leggendo questo libro si entra nella logica perversa della costruzione del nemico, che spesso parte da una sola parola, una cosa che tristemente vediamo succedere ancora oggi”.                      
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